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E ora tu muori

L'immortalità non è sempre così bella come sembra

Il suo braccio partì di scatto, come se fosse stato avviato da una molla. Non era un buon segno. Significava che era stanco e i suoi colpi non erano più agili abbastanza da sorprendere il  nemico.
In effetti, non è che lo fossero mai stati, dato che non era mai riuscito a ferirlo, ma nondimeno questo non era un bene. La fine era vicina.

«Vedo che sei già stanco, mio caro avversario – disse il  nemico – ma non preoccuparti – sorrise sadicamente, come spesso faceva – stiamo per finire».

Era stanco, e non solo fisicamente. Sapeva che non c'era speranza, non c'era mai speranza, in fondo. Eppure, anche se stava per morire, nessuno avrebbe potuto dire di lui che si era arreso, almeno questo gli rimaneva.
Quando il suo colpo mancò il bersaglio, finse di essere più stanco di quel che era e attese per qualche istante di troppo, mentre caricava il colpo… e poi lanciò un affondo con una rapidità insospettabile, dietro di se, dove sapeva essere il nemico.
E quasi funzionò, quasi.

Arrivò a pochi centimetri dall'addome del nemico, quando questi si ritrasse. Fu soddisfatto, per un istante, poiché era arrivato più vicino di molte altre volte. Anche se, si ricordò e rattristò presto, il maggior divertimento del suo nemico era proprio quello di illuderlo. Del resto il nemico era il dio degli inganni.

E come a confermare le sue parole, il nemico lo ringraziò, a modo suo: «mi piace, quando cerchi di fregarmi, mi sembra di  insegnarti qualcosa. Anche se – aggiunse con quella sua voce naturalmente lamentosa – devo dire che i tuoi inganni sono sempre così banali, piccolo uomo. Comunque, per ricompensarti, porrò fine a questa danza… - e si preparò a pronunciare quell'odiosa frase che ripeteva sempre prima della fine di un combattimento.

«E ora tu muori».

Lasciò andare a vuoto l'avversario e poi aprì una breccia nella sua gola, lunga e sottile, larga abbastanza per dare una morte dolorosissima. Una di quelle che il nemici preferiva.

E l'avversario sussultò, apri la bocca in un grido silenzioso, pieno del suo sangue, che sgorgava come una sorgente dalle rocce. Lasciò cadere la spada, si accasciò e in maniera terribilmente  lenta, morì.

Si possono dire molte cose disdicevoli del dio degli inganni,  peraltro tutte vere, ma non mentiva mai quando usava quella frase.  In effetti era proprio una di quelle rare volte in cui non doveva mentire per creare più dolore. La certezza della morte era sempre orribile per i mortali, più di ogni dubbio.

L'avversario si risvegliò e come prima cosa si toccò la gola intatta. Aveva giaciuto per ore in una pozza del suo stesso sangue ed i vestiti ne erano ancora impregnati. Era questo un aspetto della morte di cui nessuno parlava, la grande sporcizia che lasciava dietro di sé. Ma lui lo conosceva bene, per le centinaia di morti che aveva subito e che aveva causato. Nessun cantastorie parla dello schifo che lascia dietro qualcuno, o qualcosa, che muore. Non importa che sia umano o mostro, non è mai un bel vedere, o un buon odorare.

Questa era la sua vita ormai, combattere e morire. Per sempre. O almeno fino a quando il nemico non si sarebbe stancato di lui e lo avrebbe lasciato morire definitivamente. E non sapeva davvero cosa sperare, non sapeva nemmeno se sperare fosse il verbo giusto. Un'immortalità fatta di continue morti. Una beffa che solo il dio degli inganni avrebbe potuto concepire.
E pensare che tutto era cominciato in maniera così normale: qualche birra di troppo in una taverna.

Quella fatale notte si vantava delle sue abilità guerresche. Urlava di poter sconfiggere chiunque, anche gli dei, in uno scontro all'arma bianca. Qualcuno chiese se poteva anche sconfiggere il dio degli inganni e lui, accidenti alla sua boccaccia, e alla birra, rispose: «certo, potrei sconfiggere anche lui – alzò il boccale barcollando un poco – ma se anche apparisse di fronte a me e io lo stessi facendo a pezzi – piegava avanti e indietro la mano con il dito indice alzato – quel pagliaccio tirerebbe fuori uno di quei suoi trucchi da quattro soldi e sparirebbe. Potrà anche essere un dio, ma nessun fifone può battere un vero guerriero – mise giù il boccale e si rivolse direttamente a chi aveva posto la domanda – potrei combattere contro un fifone per cento volte e vincere sempre».  
Sfortunatamente per lui, chi aveva fatto la fatale domanda era proprio una delle molte forme del dio degli inganni, capitato lì per chissà quale motivo, che non aveva gradito una tale battuta. O forse si può dire che l'aveva gradita a tal punto da premiarla, a modo suo, ovviamente.

Quella spacconata gli aveva fatto guadagnare una buona nottata  con una certa giovane signora dalla belle grazie e un'eternità di morti continue. Tutto sommato non era stato un buono scambio.

Va bene forse ho esagerato un poco – pensò – ma chi non lo fa dopo qualche birra ? In ogni caso nulla da meritare una simile punizione.
Se non altro ora era astemio.

Beh, basta piangersi addosso. É ora di prepararsi a morire di nuovo.

Il dio degli inganni gli aveva tolto tutto e trasformato la sua esistenza in un grottesco teatro di morti e risurrezioni, ma non gli avrebbe tolto la sua volontà di combattere. Non era un uomo del genere. Anche senza birra, era pronto a sfidare un dio, da qui all'eternità. Se c'era una cosa che centinaia di vite gli avevano insegnato e che tutti fanno un errore prima o poi. E lui non se lo sarebbe fatto sfuggire.


È partito tutto da quello strano cliché dei cattivi di annunciare quello che stanno per fare. Talvolta se lo possono permettere senza le conseguenze tipiche dei film. Semplicemente, sono davvero più forti.