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Non ti ricordo

Non sapeva altro che era in una stanza

Era in una stanza, o meglio, si ritrovò in una stanza, non sapeva come, non sapeva perché, non sapeva neanche chi fosse. Semplicemente, era in una stanza.

Si guardò intorno. La stanza era molto grande, sembrava un centinaio di metri in lunghezza, la metà in larghezza e una decina in altezza. Era stranamente antica e moderna. I pavimenti erano in marmo, decine di mezze colonne decorative spuntavano lungo tutte le pareti, gli stipiti dei due accessi erano maestosi e quella che doveva essere la porta principale finemente decorata. Mancavano delle finestre, ma una luce bluastra veniva diffusa da delle strisce luminose presenti alla congiunzione di ogni elemento: tra pavimento e pareti, tra le colonne e le pareti, attorno agli accessi. In qualche modo emanavano una luce naturale.

La stanza, però, era essenzialmente vuota e l'arredamento nient'altro che una lunga scrivania, dallo stile astratto, vicino all'entrata. Dietro di essa vi era un uomo, che la stava guardando interrogativamente.

Infine, si avvicinò a lui. Prese il respiro per parlare, ma si accorse di non sapere cosa dire esattamente. Non poté far altro che ammettere la realtà: «Non so chi sono, né perché sono qui». La sua situazione era preoccupante, ma la sua voce era salda, era una donna sicura, questo lo sapeva, non sapeva come, ma lo sapeva.

L'uomo rispose, tranquillo, burocratico, senza un cenno di conforto: «Sì, il suo amico ci ha parlato di lei. La stavamo aspettando».

«Il mio amico ? L'uomo che mi ha portata qui ? - chiese.

«Era perplesso dalla domanda – L'uomo che l'ha portata qui... – ripete a sé stesso, a bassa voce, come se stesso riflettendo – No, lui era già qui – di nuovo la sua voce era monotona. «Deve proseguire per quell'accesso – disse, indicando la porta in fondo.

Non sapeva cosa fare, un'altra cosa che non sapeva. E non le piaceva affatto. «Cosa c'è da quella parte ? - chiese, irritata dalla sua ignoranza.

«Lei non si ricorda, ma deve comunque seguire le mie istruzioni ed entrare lì – disse, non irritato, ma deciso.

C'era qualcosa di strano, di spaventoso in lui, nella sua calma. Come se avesse affrontato una discussione del genere, una discussione che per lei non aveva senso, migliaia di altre volte. Lei non accettava di avere paura, quando c'era del rischio prendeva sempre in mano la situazione. Un'altra delle poche cose che sapeva.

«Non capisco cosa stia accadendo. Voglio saperlo. Se ho un amico, dov'è ? Perché non viene ad aiutare una persona che non ricorda nulla ? - detto da altre persone, soprattutto da altre donne, sarebbe potuto sembrare una serie di lamenti, ma non da lei. Raddrizzò la schiena; era impettita ed inamovibile.

Per la primo volta, l'uomo mostrò un mezzo sorriso, come divertito – di cosa ha paura ? Certo non crederà che le faremo del male.

Le dava una sensazione di malvagità. Ma lei non si faceva spaventare. Si aggrappò a questa certezza. Disse arrabbiata, ma tranquilla – Se non mi dice cosa sta accadendo, io me ne vado.

«Lei non può – aggiunse – nessuno può – premette un pulsante, sulla scrivania ed indicò la porta che si stava aprendo.

Istintivamente lei si avvicinò all'entrata.

La visione era incredibile. Una stella, gigantesca, certamente lontana, ma che pareva così vicina, copriva quasi tutta la grande entrata. Era di un rosso intenso, forte, ma non abbagliante. Il terreno era un labirinto confuso di lava e rocce fumanti. L'unica cosa che si poteva muovere, là fuori, erano le rocce fuse. Non c'era vita, ma era comunque una visione affascinante, dalle mille sfumature di colori caldi. La luce avrebbe dovuto essere accecante, letteralmente, ma sembrava esserci un qualche tipo di protezione.

Non sarebbe andata da nessuna parte. E si chiedeva come potesse essere arrivata lì.

Adesso era ancora più confusa. Rivolse lo sguardo verso l'uomo, interrogativamente.

«Lei deve andare avanti. Pensi al suo amico – non sembrava più malvagio. Pareva semplicemente recitare una parte monotona, senza variazioni, eterna.

Devo andare avanti. Il mio amico. Devo ricordarmi il mio amico, pensò. Doveva ricordarsi il suo amico, ma non ci riusciva, non sapeva come. Iniziò a venirle un gran mal di testa.

Sospirò. Si guardò intorno, non c'era proprio nulla. E l'uomo ora sembrava assente, intuiva che non gli avrebbe più dato attenzione. Guardò in avanti, verso l'uscita.

S'incamminò verso di essa.

Sentiva una voce che diceva, sottovoce, una sola parola:

«Ricordati».

Non era la sua, era una voce maschile. Si girò, ma non c'era nessuno vicino a lei.

Il mal di testa aumentò fino a che non si accasciò a terra.

«Ricordati».

Prima di svenire, riuscì solo a dire, frustrata:

«Io non ti ricordo».

L'uomo pianse amaramente. «Tu non ti ricordi. Ma io mi ricorderò per sempre di te».


Vi siete mai svegliati con la sensazione di dover ricordare qualcosa ? Questo è un brevissimo, ispirato a quella sensazione.