Io li vedo

Sono pazzo. O meglio credo di essere pazzo, non ne sono sicuro. Del resto come si può capire se si è normali? So solo che ciò che vedo non può essere reale

Il racconto è ispirato da un sogno, perlomeno la fuga a nuoto di una persona che si crede pazza. É ragionevole supporre che il sogno continuasse in qualche maniera, ma non ricordo quale.

I sogni che ricordo sono come delle sceneggiature provenienti dai tempi antichi: frammentarie, spezzate, perlopiù fraintese. Qualcuno potrebbe chiedersi perché diamine costruirci un racconto sopra, a queste condizioni. Beh, perché è divertente.

Scrivere una storia proveniente da un sogno è un’esplorazione, cerchi di mostrare qualcosa che è, in qualche misura, vero, esiste, o è esistito, al di fuori del tuo controllo.

Questo racconto in particolare è stato piuttosto difficile da scrivere non solo perché esiste un solo personaggio, ma anche poiché questi è pure il narratore. E ovviamente c’è il problema che crede di essere pazzo.

Di fatto il racconto è scritto tutto nella testa del protagonista e ciò ha richiesto delle misure non ortodosse. Ad esempio le parole scritte in corsivo solitamente rappresentano le frasi pensate esplicitamente nella mente del protagonista, come se fossero parole. L’idea è di creare un dialogo interno al protagonista, sia con parole che egli vorrebbe pronunciare, ma che nessuno può ascoltare, sia con riflessioni rivolte a sé stesso.

In parte questo è un comportamento normale, perché capita a tutti di avere idee in forma di parole o di avere delle cose da dire, ma nessuno a cui raccontarle. In parte serve a dimostrare che il protagonista almeno un po’ suonato lo è di sicuro, perché non parla da solo, ma sembra considerare sé stesso una sorta di terzo. Qualcuno che osserva, mentre un altro agisce.

Info

Genere Fantascienza
Formato Racconti
Numero pagine15

Io li vedo

Sono stanco. Infinitamente stanco.

Sto nuotando con la testa a filo dell'acqua. Non posso fermarmi. I capelli bagnati sono un peso tombale, riesco a malapena a girare la testa. Se mi fermo affogo. Le braccia sono leggere, vuote, rigide. Devo andare avanti. Voglio riposarmi, ma so che non posso. Non ce la faccio. Non ho più pensieri, solo istinti. Sembra tutto pesante, ma anche leggero, è strano… Non devo distrarmi.

Rallento. Non riesco ad alzare la testa; contorco il collo per scorgere avanti a me. Fortunatamente c'è la luna questa notte. Vedo la riva. Ce la faccio. Ogni respiro è una martellata; è doloroso, ma tengo il ritmo. Ci sono.

Sbatto le braccia sulla riva. Ahia. È di pietra, e si distende sopra e sotto le acque. Non provo neanche ad alzarmi. So che non ce la farei. Arranco fino in cima. Sono sicuro di sembrare una marionetta. Mi appiglio da qualche parte e tiro. Ansimo. È fatta.

Ci metto qualche minuto a riprendermi.

Non so dove siano gli altri, di sicuro non dietro di me: o davanti o sotto. Credo sotto. Sono partiti troppo rapidi. Del resto sono pazzi. Sarò pazzo, ma almeno sono anche intelligente. Sapevo che sarebbe stata lunga. Sapevo che avrei impiegato almeno un'ora, forse qualcosa di più. E va bene, non avevo idea di quanto ci avrei messo. Del resto non ho mai nuotato così a lungo. Quel che conta è che ci sono riuscito. Comunque sia, è ancora notte ed ho tempo per dileguarmi.

Spero che gli altri ce l'abbiano fatta. Sono pazzi, magari non proprio innocui, ma sono brava gente. Del resto sono pazzo anch'io, ma a differenza di loro io sono cosciente di esserlo. É questo che mi salva. Loro pensano che quello che vedono sia reale e partendo da questo arrivano alla logica conclusione. Ricordo di aver letto qualcosa di Chesterton in proposito, i pazzi sono persone troppo razionali, persone per cui tutto ha un senso. Il problema è che quello che vedono non è reale. Non può essere reale. É assolutamente incoerente con la realtà.

Devo alzarmi: un, due, tre. Rotolo in piedi. Devo andare via.

Sono pazzo anch'io, ma io sono cosciente di esserlo. C'è differenza. Non sono fuggito per «salvare il mondo». Dio, quanto sono pazzi. Sono fuggito perché non mi stavano curando nel manicomio. Erano solo interessati a tenermi chiuso lì dentro. Nessuna cospirazione, semplice pigrizia. Considerato ciò, è del tutto normale fuggire. Non se la prenderanno granché. Non ho mai fatto del male a nessuno, per cui nessuno si metterà a cercarmi. Che poi se anche uno volesse salvare il mondo che possono fare un gruppetto di scienziati? Pazzi. Pazzi! Sono Paaaazzi.

Scorgo una fontana pubblica, premo il pulsante ed inizia a scorrere l'acqua. Trasalisco; improvvisamente mi sento bagnato, freddo, anche se la temperatura è mite. Ci sono andato molto vicino. Stacco il palmo della mano dal pulsante. Non mi sento bene. Non penso davvero a niente, cosa per me strana. Sto lì fermo. Passa qualche minuto, poi, meccanicamente, premo il pulsante, bevo, mi allontano.

Il problema ora è come allontanarsi. Sarebbe meglio entrare in possesso di un mezzo di trasporto. Anche se ho qualche soldo con me, nel marsupio, non è che possa fare granché di notte, bagnato come un mentecatto. Non mi piace l'idea di rubare, non l'ho mai fatto, ma non è che abbia molta scelta. Magari non faranno una ricerca a tappeto, ma una ricerchina qua attorno sì, per cui devo muovermi. Non sono più tanto stanco, ma sarebbe meglio… In questa zona ci sono un paio di stazioni per il noleggio delle biciclette, un po' per l'ecologia, un po' per i turisti. Di solito qualcuno le ripone male, impedendo che scatti il blocco, peggio per loro, visto che pagano una penale, ma buon per me.

D'altra parte questa zona non è certo la parte migliore. Non c'è nessuno in giro. Ed anche ci fosse chissenefrega. Il punto è che le stazioni sono nella parte turistica, anche se di turismo notturno ve ne è ben poco. Qualcuno potrebbe vedermi e fare una foto con uno di quegli smartphone al «pirla bagnato», che poi sarei io, e così tutti saprebbero che c'è un pazzo in libertà. Dannati bastardi, non hanno rispetto per la riservatezza. É esattamente questo tipo di rimuginamenti continui la ragione per cui sono pazzo. Potrei perdere ore per una decisione. Fanculo. Taglio per il bosco e sono al mio rifugio all'alba. Rifugio! Una baita di campagna.

Fortunatamente ho con me una torcia di Faraday. La torcia preferita dagli ingegneri, direbbe Michele. Perché sono pazzo, ma amo l'efficienza. Cammino nel bosco, inquieto, perché amo la natura da cartolina, quella che sta ferma e non punge; ho sempre paura che sbuchi fuori qualcosa, se non addirittura loro. Ogni tanto devo agitare la torcia per non farla spegnere e mi immagino suonarla come una maraca e ballare. Mi immagino, ma non lo faccio mai, perché so che sembrerei un idiota ed anche se nessun altro mi guardasse, io lo saprei e mi vergognerei. Io non ballo, mai. La cosa positiva è che sono troppo sul chi vive per pensare. Un po' di quiete. Un po' di riposo per la mia mente.

Arrivo al sorgere del sole. Beh, un'oretta dopo il sorgere del sole, comunque mentre sta ancora sorgendo. Foglie ovunque, rampicanti assediano la casa, la sporcizia copre buona parte dei pannelli solari Dall'esterno la casetta sembra in buone condizioni, considerati i miei quattro anni di assenza. Ora, questo è terreno agricolo quindi tecnicamente è un capanno per gli attrezzi, e difatti contiene la mia piccola server farm dove avviene il mining delle bitcoin[1]. Mi avvicino alla porta e tolgo la guardia della toppa, inserisco il mio dito indice e sento un clic incerto. La porta si apre. Un'aria di chiuso mi investe. Spalanco la porta e ritorno sul ciglio del portico. Che cosa faccio ora?

Entro. Come speravo sento le ventole dei computer ancora in funzione. Ma i domini saranno sicuramente scaduti. Non vi sono segni di ragnatele, a quanto pare sono proprio riuscito a sigillare le entrate; non a tenuta stagna, sia chiaro, ma abbastanza da impedire agli insetti di entrare. É stata una delle ultime cose che ho fatto, prima di rendermi conto…

Controllerò più tardi i computer, adesso voglio dormire.

Rimuovo la copertura di plastica dal letto, mi tolgo le scarpe, mi stendo sul letto. I pensieri ritornano, di getto, come se appena liberati. Ho sempre avuto problemi a dormire; posso stare sveglio per ore inseguendo pensieri. O inseguito dai pensieri. Alcune volte quando sono stanco è ancora peggio, è la stessa sensazione di stanchezza a tenermi sveglio, mi tormenta, non mi lascia andare. Oggi voglio dormire. Penso nero. Respiro regolarmente. Bastono i pensieri che tentano di fuggire.

É sera quando mi sveglio. Mi metto seduto. Lo stomaco brontola. La gola è secca. Sono un po' frastornato, non ho mai dormito di giorno. Nemmeno ai tempi dell'asilo. Mi alzo e inciampo sulla copertura di plastica: «La vacca!». Prendo a calci la plastica e vado verso il bagno.

Prima devo aprire l'acqua. Spero che il pozzo non sia prosciugato. Attendo che lo sporco passi. Che schifo. Bevo: «aaah! Fresca».

Apro la dispensa pur sapendo che non troverò nulla di commestibile, così, per sentirmi normale. Desolazione: biscotti vecchi, caffè. I biscotti sono chiusi, potrei provarne un paio. Sposto i biscotti e trovo una sorpresa: una vecchia razione di emergenza. Michele me la regalò per scherzo, sapendo che avevo costruito questa sorta di rifugio; ricordo le parole esatte: «così sei pronto per l'apocalisse!». Mi sono dimenticato di buttarle.

Ad ogni modo le apro. Forse commestibili è una parola grossa, diciamo che sono edibili.

Apro l'acqua della doccia. Rimango incerto. La richiudo. Forse domani.

Mi avvicino ai computer e inizio a controllarli. Erano tutti vecchi quattro anni fa, ora sono antichi, per cui sono sorpreso che funzionino ancora. Infatti uno è rotto. Ironicamente è il computer che ospitava i backup. Premo il tasto di accensione: niente. Andato. Gli altri però sembrano funzionare. Ovviamente non avrei mai pensato di lasciarli accesi così a lungo, pensavo di stare via solo due settimane. Una fortuna che abbia installato i pannelli solari. Ovviamente per esserne sicuro dovrei accendere il portatile, visto che sono tutti server senza monitor e tastiera.

Inserisco la batteria nel mio vecchio portatile, e lo accendo. Mi avvisa di qualche migliaio di aggiornamenti. Ognuno ha la sua tentazioni, la mia è quella di tenere aggiornato il computer, ma questa volta riesco a resistere. Magari più tardi. Eseguo il programma di controllo: «1 errore: PC-BACKUP irraggiungibile», ma questo già si sapeva. Fatto il mio dovere di informatico perdo interesse. Non voglio leggere i miei messaggi di posta, guardare i miei vecchi siti, provare i miei vecchi programmi, non voglio la mia vecchia vita. Voglio andarmene.

 Mi servono soldi. Non posso controllare il mio conto in banca. Mi ricordo di aver lasciato un computer dedicato al mining di bitcoin. Sono sempre stato una combinazione di precisione e perditempo, seguo i mie interessi maniacalmente, ma perdo tempo a provare mille cose. La mia partecipazione nella comunità delle criptovalute è dovuta a questa mia naturale tendenza alla perdita di tempo, unita al mio interesse per la crittografia. Suscitato proprio, per associazione mentale, da quelle mie visioni inspiegabili. A quei tempi erano solo una curiosità, ma adesso dovrebbero valere qualcosa. Controllo. Apparentemente sono ricco. Non mi ci vuole molto a trovare un exchange su cui venderne qualcuno. Il problema dei soldi è risolto. Rifletto. Mi accorgo di essere un pirla. Non esiste alcun modo per trasformare quei soldi virtuali in banconote concrete.

Fortunatamente nel mio cassetto dei soldi ci sono qualche centinaio di euro.

Guardo le notizie per vedere se si parla di me. Non c'è niente: né sui siti locali, né su quelli nazionali. Se non una notizia sparata mi sarei aspettato almeno una nota di colore, e invece niente. Non so se ciò sia un bene o un male.

Prima del mio internamento praticamente vivevo su internet, ora è solo qualche minuto, ma inizio subito a sentirmi inquieto. Forse i luddisti hanno ragione, è stato tutto questo internet a portarmi dove sono adesso.

Spengo il portatile, ma rimango sulla sedia e la ruoto dall'altra parte. Inizio a ricordare uno dei miei incontri.

Sono arrivato da pochi giorni e sto lì stanco, seduto, il collo piegato, la testa abbassata.

Essi sono molti, quasi quanti siamo noi, brulicano indifferenti alla nostra presenza. Solo uno mi parla, talvolta. Ed è proprio lui che è arrivato quel giorno. Si siede di fronte a me, con il camice da dottore. Non ha alcuna espressione intellegibile, come sempre, ma il camice è nuovo ed ho la netta sensazione che lo indossi per deridermi. Che io voglia deridere me stesso.

Parla con una voce banale eppure inquietante, come se ci fosse un'altra voce sovrapposta, nascosta, che percepisco, ma non sento: «A quanto pare è ufficiale: sei pazzo».

Non voglio incoraggiare la mia pazzia.

«Ma non preoccuparti – ondula il capo ironicamente – io rimarrò tuo amico».

Crepa.

«Lo sai il tuo vero problema non è la pazzia, ma la tua incapacità ad accettare i limiti della tua razionalità. Preferisci pensare di essere pazzo piuttosto che accettare che ci siano cose che non capisci».

«Ma… – mi ha fregato – …la tua spiegazione non ha alcun senso scientifico: com'è possibile che io ti veda solo perché credo che tu esista? É un'affermazione che non può essere provata scientificamente».

Non ha un vero e proprio volto, ma io lo vedo sorridere. Non so come sia possibile: mi terrorizza. Poi risponde: «vedi, potrei anche fornirti una spiegazione oggettivamente verificabile, ma tu non la capiresti, né alcuno della tua razza potrebbe confermarla».

«Ma… questa spiegazione è neutra rispetto alla mia pazzia. Vale a dire… – grande, adesso mi metto a spiegare a me stesso perché sono pazzo – …vale a dire che… questa spiegazione funziona sia che io sia pazzo o meno. É una non spiegazione, è una spiegazione dei vuoti: non sono pazzo perché esiste una spiegazione, che però non ha senso».

«Ti correggo, non ha un senso che la tua specie possa comprendere».

«Beh, ma è lo stesso. Se esistono verità che, anche se spiegate, non possono essere comprese allora ogni pazzo potrebbe semplicemente essere una persona che percepisce cose vere, ma che non possono essere spiegate. Il che significa che ogni cosa che consideriamo errata, potrebbe in realtà essere vera. Non posso accettarlo».

«Lo so, ed è esattamente per questo che dico che dovresti accettare l'inferiorità tua e della tua specie… e saresti felice. Sempre schiavo, ma felice. Invece tu, nel tuo demente delirio di onnipotenza, credi di poter concepire un essere come me – ora lo sento il tono paternalistico – e quindi rifiuti di accettare l'evidenza dei fatti perché non riesci a spiegarla. Voi potete accettare dei distanti, forze incorporee, ma non potete accettare dei che camminano tra di voi. Non potete accettare che esistano essere fisici che manipolano la vostra ridicola esistenza senza nemmeno che voi siate in grado di concepirlo. Noi vi abbiamo costruito…».

 Inutile resistere. Lo interrompo: «beh, adesso non ti allargare, potreste anche essere una civiltà superiore, ma non potete certo avere creato l'umanità, al massimo ci avete trovato ed usato».

Pensavo si sarebbe arrabbiato invece sento solo il suo divertimento: «Se ci pensi è l'unica possibilità, il fatto che la vostra stessa fisiologia sia compatibile con la nostra società non può essere un caso. Il vostro cervello è ideato per far sì che quando la vostra mente cosciente svia dai parametri ottimali per noi, essa stessa si consideri fallace, ovvero pazza. Un meccanismo perfetto».

«Potrebbe semplicemente essere dovuto a qualche tecnologia da voi sviluppata per controllarci».

«Andiamo, non essere stupido – mi ammonisce divertito – se la vostra sottomissione fosse dovuta ad un mezzo tecnologico, non solo vi sarebbero dei guasti, ma sopratutto la loro occorrenza non sarebbe percepita come pazzia, ma come un ritorno alla normalità»

Incasso il colpo, ma rispondo: «questo potrebbe anche essere dovuto all'evoluzione, voi vi siete adattati per sfruttare questa nostra debolezza».

«Ah, l'evoluzione. Ma l'evoluzione non è che un meccanismo, che vi porta dove, se non verso un maggior grado di sottomissione? Pensaci bene, negli ultimi secoli le vostre organizzazioni sono diventate più complesse, ma non per offirvi maggiore libertà, bensì per ottenere maggiore obbedienza. Pensa solo ai vostri test di intelligenza, non ti sei accorto che essi non misurano null'altro che la vostra capacità di comprendere ed eseguire gli ordini?».

Ero perplesso, e la mia espressione lo rivelava sicuramente: «stai forse dicendo che state – o stiamo – selezionando le persone migliori nell'obbedire a voi?».

«Esattamente. Voi cercate di comprendere la realtà con la vostra intelligenza. Ignorate i fatti, per cercare di ordinare la realtà con la vostra mente. Ma è la vostra stessa mente a ingannarvi, a costruire una realtà che è funzionale alle vostra sottomissione».

«Se davvero fosse così, se davvero io fossi semplicemente una persona troppo intelligente per il suo stesso bene perché interessarsi a me?».

Diventa visibilmente arrabbiato, non so come, perché continua a non avere una faccia, ma questa è la sensazione che ho; questa volta la cosa mi fa sorridere. Mi sembra ora di vedere due facce in sequenza, non sincronizzate, una in ritardo di qualche istante rispetto all'altra.

Parla scandendo bene le parole: «Lo sai perché parlo con te e con nessun altro? Anche se nessuno di noi parla mai con voi?».

«Perché io sono terribilmente interessante?».

Si alza e si avvicina a me, parla con voce bassa, sottovoce, vicino al mio orecchio sinistro, sempre con perfetta dizione da professore. «No, tu sei nulla; insignificante come tutti gli altri. Ma io parlo con te perché se lo facessi con altre persone esse si convincerebbero di non essere pazze, ma potrei parlare con te per mille anni e tu non cambieresti idea. Per questo IO SO che ogni nostra discussione ti fa soffrire. Tu hai sempre pensato di essere migliore degli altri, e in effetti sei lo schiavo perfetto. Ogni tuo ridicolo tentativo di sfuggire alla tua natura non fa altro che confermarla, tu sei la prova vivente del nostro assoluto potere. Nel grande schema delle cose, la tua sofferenza è il mio diletto».

E poi se ne è andato.

Respiro profondamente, risvegliandomi dal ricordo di quattro anni fa. Non so perché mi abbia colpito così all'improvviso, ma so che ha rafforzato la mia idea di andarmene. Penso che me ne andrò all'estero via treno, scegliendo quelli per cui non servono documenti, oppure potrei cercare di ottenere dei documenti falsi via internet. Non so ancora. La scelta ideale sarebbe una di quelle isole dell'Atlantico. Penso che alla fine farò come al solito, pianificherò per ore, ma sceglierò d'impulso.

Non ha senso. Sono stanco, di quella stanchezza della mente che non passa con il riposo, che rende tutto ovattato. La mia pazzia è cresciuta con questa sensazione, ogni volta che peggioravo nella mia pazzia, sentivo la mia mente appesantirsi.

Se sono pazzo perché mi ha parlato? Non lo fatto con nessun altro. Nessun altro lo ha fatto con nessun altro. Ho controllato, ai tempi, chiesto in giro. Cercando di comprendere la mia pazzia.

Se cio che ha detto lui è vero, sono troppo stupido per questo mondo, in cui sono pazzo, e troppo intelligente per un altro, in cui sono una persona normale.

Chino il capo, credo di aver imparato solo una cosa dalla mia pazzia: puoi cercare di comprendere qualsiasi cosa, ma questa ricerca ad un certo punto si ferma. Alla fine è solo questione di cosa si accetta come vero. E la fine, ma anche l'inizio di ogni ragionamento.

Adesso so che devo semplicemente scegliere: tra vivere in un mondo in cui sono pazzo o uno in cui sono una persona normale. In qualsiasi caso non posso fuggire dalla mia mente, posso solo fuggire da uno dei due mondi.

E io adesso scelgo di credere, di credere che ciò vedo sia vero. Non so perché, forse perché ho provato a credere il contrario e non ha funzionato. No, ci credo perché è vero. Punto. Questa è la realtà e io devo solo accettarla.

Prendo quello che devo prendere sotto il letto, senza pensare, con la mente vuota, se mai mi stessero ascoltando. Esco.

Io lo vedo. Di nuovo, dopo tanto tempo, di fronte a me. La cosa non mi soprende.

«Quanto tempo… - osservo distrattamente.

«Perché hai una bastone prendiabiti in mano? - chiede con un mezzo sorriso. Ora vedo la sua faccia. Distintamente. Mi è istintivamente familiare – stai forse immaginando di colpirmi con quell'arma primitiva?»

«No» rispondo. Non ha ancora capito, anzi non lo sa ancora. «Io non immagino di farlo, io lo faccio. Adesso – dico in modo calmo.

Le sue facce mutano in un'espressione di triste sorpresa, come se avessi pronunciato parole che egli non può comprendere.

Ed inizio a colpire. Non puoi colpire un'idea, ma puoi colpire qualcosa anche se non lo comprendi. Anche se devo ammettere che un uomo che picchia un essere con un bastone appendiabiti deve sembrare davvero pazzo. Ma io non sono pazzo. Ho scelto di non esserlo. Io li vedo e non sono più loro schiavo.

È questo il mondo in cui vivo ora.

[1] server farm, letteralmente “fattoria di server” è un termine che indica un insieme di server. Mining, letteralmente “estrazione”, come in “estrazione di minerali” è un termine utilizzato per indicare la generazione di bitcoin.

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